Adelina Ramundo ( Libera Colleferro): " Intervento all'incontro con Franco La Torre"

Pubblichiamo l'intervento che Adelina Ramundo, in rappresentanza del Presidio di Libera Colleferro- Alta Valle del Sacco, ha fatto all'incontro con Franco La Torre ( Presidente di FLARE) organizzato dal giornale il Ve(T)ro a Carpineto Romano.




..Il mio sarà un breve intervento per introdurre l’attività di Libera in relazione ai beni confiscati, con uno sguardo particolare al nostro territorio. Come si è già osservato, una delle modalità principali con cui oggi lo Stato agisce in contrasto alle organizzazioni criminali consiste proprio nell’azione diretta sugli assetti economici e patrimoniali di tali organizzazioni.

Nella attuale legislazione antimafia italiana, l’azione di contrasto patrimoniale attivata dallo Stato nei confronti della criminalità organizzata si snoda schematicamente in due grandi fasi:
- la prima fase, connessa alla legge n. 575/65 e soprattutto alla legge Rognoni-La Torre (n.646/82), riguarda gli aspetti relativi alle indagini per l’individuazione, il sequestro e la confisca delle ricchezze delle mafie;
- la seconda fase riguarda invece l’uso che lo Stato fa dei patrimoni e dei beni tolti ai mafiosi.
A tale proposito la legge n. 109/96, nata da una lunga riflessione sugli strumenti per una più efficace lotta alla criminalità che ha coinvolto l’intera società civile, ha indicato una prospettiva nuova: la restituzione alla collettività dei beni confiscati alle mafie prevedendone l’assegnazione a quei soggetti - associazioni, cooperative, Comuni, Province e Regioni – in grado di restituirli alla cittadinanza tramite servizi, attività di promozione sociale e lavoro. Il valore di questa legge risiede nell’approccio positivo alla strategia di contrasto, per cui il bene confiscato non viene più soltanto inteso come sottrazione di risorse alla criminalità organizzata, ma come occasione di prevenzione e di sviluppo economico e sociale.

In questo solco, giuridico ma anche culturale, si incanala l’attività di Libera in relazione ai beni confiscati: intanto perché la stessa nascita di Libera come rete associativa antimafia può essere ricercata nella serie di momenti preparatori che avevano all’ordine del giorno, tra le altre cose, proprio l’organizzazione della campagna di sostegno alla proposta della nuova legge sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie, per la quale Libera raccolse oltre un milione di firme. In secondo luogo perché il riutilizzo sociale dei beni confiscati costituisce uno dei principali ambiti di azione di Libera, che agisce attraverso la valorizzazione e l’informazione sulla legge 109 del ’96. E’ d’obbligo ricordare, in tal senso, l’esperienza di Libera Terra, un progetto che dal 2001 prevede la promozione e il sostegno a forme di cooperazione su beni confiscati alla criminalità organizzata. Il primo progetto pilota ha portato alla creazione della Cooperativa “Placido Rizzotto”, a cui sono seguite negli anni altre esperienze cooperative sia in Sicilia che in Calabria, in Puglia, nel Lazio, in Campania, in Piemonte e via dicendo.

Il 27 maggio 2006, inoltre, è nata l’Agenzia “Cooperare con Libera Terra”, promossa da enti pubblici, imprese cooperative e strutture associative aderenti a Legacoop con l’obiettivo di aiutare lo sviluppo delle cooperative che gestiscono beni confiscati alle mafie e che si riconoscono nell'esperienza portata avanti da Libera nel progetto Libera Terra fornendo gratuitamente servizi finalizzati alla nascita e allo sviluppo di iniziative imprenditoriali costituite allo scopo di gestire patrimoni confiscati alla criminalità organizzata. A livello nazionale, gli ettari di terreni agricoli gestiti dalle cooperative afferenti al progetto Libera Terra sono più di 700 e sono quasi tutti convertiti ad agricoltura biologica con un fatturato totale che supera un milione di euro e che fa riferimento alla vendita di prodotti finiti (pasta, olio, vino, legumi ecc..) venduti oggi col marchio “Libera Terra” in tanti punti vendita della grande distribuzione a marchio Coop, nelle botteghe dell'equo e solidale e nelle "Botteghe dei sapori e dei saperi della legalità", tra le quali voglio ricordare quella di Roma in via dei Prefetti 23, inaugurata il 12 novembre 2008 e intitolata a Pio La Torre.

Questi prodotti rappresentano davvero l’esempio più concreto della “legalità nella qualità” promossa da Libera e resa possibile attraverso il lavoro di tutti coloro che sono impegnati in prima persona nella riconquista positiva di beni alle mafie. L’azione di sostegno alle cooperative che gestiscono i beni confiscati non esaurisce, tuttavia, l’azione di Libera in questo ambito. A questa attività si affianca infatti un secondo tipo di azione certamente non meno importante che riguarda la formazione dei tanti giovani che scelgono di fare un'esperienza di volontariato e di formazione civile proprio sui terreni sottratti alle mafie e gestiti dalle cooperative sociali di Libera Terra. E’ il progetto Estate Liberi, che ogni anno coinvolge un numero crescente di ragazzi di diversa età e provenienza che decidono di mettersi in gioco in prima persona nel processo di riacquisizione dei beni sottratti alla criminalità. E’ difficile descrivere in poche parole l’insieme dei significati che può assumere un’esperienza di questo genere: certamente si tratta di una delle attività con cui Libera, insieme ai progetti nelle scuole, intende diffondere una cultura fondata sulla legalità e giustizia sociale che possa efficacemente contrapporsi alla cultura della violenza, del privilegio e del ricatto. Ma soprattutto si tratta di un’esperienza nella quale la formazione, intesa come approfondimento e studio del fenomeno mafioso tramite il confronto con i familiari delle vittime di mafia, con le istituzioni e con gli operatori delle cooperative sociali, si intreccia con il lavoro pratico nel bene, con la conoscenza e la relazione con nuovi luoghi e nuove persone e con un processo di riflessione e rielaborazione personale.

La scelta di trascorrere anche solo una settimana estiva in una tenuta agricola assume un significato particolare se messa in relazione alle frequenti difficoltà, alle forme di isolamento o, talvolta, ai veri atti di intimidazione a cui spesso i membri delle cooperative sono sottoposti dall’esterno. Se per molti tale sostegno può apparire scontato, in realtà non è propriamente così e spesso quel che conta non è solo l’azione delle forze dell’ordine ma anche il sostegno di ragazzi che con la loro presenza contribuiscono a far sì che quel determinato bene appartenga anche un po’ a loro. La vera forza di questa esperienza risiede nella possibilità offerta a ogni ragazzo di sentire il bene in cui vive anche solo per una settimana come casa propria, con tutto quello che ne deriva in termini di attaccamento, di impegno e protezione nei confronti di quella realtà.

Più di qualche componente del presidio di Libera Colleferro viene dalle esperienze dei campi di volontariato e di studio sui beni confiscati alle mafie a Castel Volturno, a Naro, a Borgo Sabotino ed è proprio a partire da quell’esperienza che generalmente si riporta a casa una presa di coscienza: quella di essere cittadini di un’Italia messa in ginocchio dalle mafie e dal giogo della criminalità organizzata, ma che lotta per reagire e che si sorprende unita, paradossalmente nelle medesime difficoltà. “Medesime difficoltà” perchè la prima regione per numero di beni confiscati è, senza sorprenderci, la Sicilia, ma basta dire che in Lombardia sono più di 800 i beni sequestrati e confiscati alle mafie, 300 soltanto sul territorio di Milano. Il Lazio ne conta 500, con la provincia di Roma al 7° posto, con circa 200 beni.

“Roma città aperta a tutte le mafie”, così viene definita la capitale nell’ultimo dossier di Libera informazione sulla situazione delle mafie nel Lazio, portando addirittura alla creazione del termine “Quinta mafia”, per sottolineare come la mafia laziale sia ormai una mafia radicata ed endogena. Per capire fin dove arrivano le mani delle ‘ndrine nella capitale, ci basta ricordare il Caffè de Paris, storico bar di Via Veneto, luogo cult della dolce vita, sequestrato e confiscato alla cosca degli Alvaro di Casaleto o ancora quella che oggi è diventata la sede nazionale di Libera, un immobile un tempo appartenuto a Michele Zazza, uno dei più importanti boss della camorra. Non c’è più un allarme da far scattare, non c’è un’emergenza, ma c’è un fenomeno strutturale da fronteggiare: la notizia di ieri, di due bar nel pieno centro di Roma, sequestrati dai carabinieri nell’ambito dell’inchiesta sull'ala economica della cosca Mancuso di Limbadi ce lo ricorda con urgenza.

Non possiamo più dire che a Roma e in provincia, così come in tutto il Lazio le mafie passino, ma non si fermino: la mafia è ormai cosa nostra da tanti anni. E infatti non serve neanche andare molto lontano da qui per ricordarcelo. Per fare soltanto qualche esempio: Valmontone, in cui abbiamo avviato un primo dialogo con il commissario prefettizio per avere informazioni sulla presenza effettiva di beni confiscati, scoprendo l’esistenza di un immobile e di un terreno, Lariano, fino ad arrivare alla zona dei Castelli Romani, dove lo scenario criminale risulta dominato dalla presenza di proprietà nella disponibilità dei capi della Banda della Magliana e di esponenti del crimine organizzato campano. Nei comuni dei Castelli (Albano Laziale, Castel Gandolfo, Frascati, Grottaferrata, Lanuvio, Marino, Monte Compatri, Velletri), gli immobili incamerati dallo Stato (al 2008) sono stati 26, risultati in gran parte di proprietà del noto Enrico Nicoletti –il cassiere della Banda della Magliana – e del boss del gioco d’azzardo Aldo De Benedittis, nonchè di altri esponenti del medesimo gruppo criminale, mentre 8 beni, appartamenti e terreni concentrati nel Comune di Velletri, sono stati sottratti a un esponente di spicco dei clan casertani.

A questo proposito vorremmo ricordare l’esperienza positiva di Velletri: nel bene assegnato alla Caritas hanno inaugurato pochi mesi fa un centro di sostegno scolastico per ragazzi dai 9 ai 14 anni (praticamente ripetizioni gratuite per i ragazzi a rischi abbandono della scuola), che si chiama 'La Casa di Ronny' e quella di Castel Gandolfo dove il mese scorso il presidio di Libera dei Castelli Romani con la collaborazione di alcuni gruppi scout ha sistemato e reso agibile il Castelletto, bene confiscato alla Banda della Magliana, che ora è pronto per essere riconsegnato alla cittadinanza e potrà essere visitato dai cittadini Domenica 9 giugno. Il presidio di Libera dei Castelli ha affiancato il Comune di Castel Gandolfo della partecipazione ad un bando regionale che prevede la creazione di una rete regionale di 19 “Officine dell’Arte e dei Mestieri” (centri di produzione e di opportunità professionali per i giovani), puntando molto sul riuso del bene per attività di giardinaggio e turistiche e per i mestieri scomparsi dei Castelli Romani.
Spostandoci verso la provincia di Latina, vogliamo ricordare “Il Villaggio della Legalità” di Borgo Sabotino, intitolato all’avvocato catanese Serafino Famà, struttura di circa quattro ettari che ospitava in passato un campeggio, il “California Village”, ritrovo della malavita locale, confiscata per abusivismo edilizio e poi affidata a Libera. Proprio lì l’estate scorsa si è svolto il 3° raduno dei giovani di Libera, che ha ospitato più di 300 giovani provenienti da ogni parte d’Italia e che ha subìto numerosi atti vandalici, l’ultimo dei quali lo scorso 1° gennaio, quando ignoti hanno appiccato il fuoco.

Per concludere e cercare di trasmettere con semplici e brevi frasi l’impegno che invece Libera dimostra da sempre per contrastare quella cultura che blocca l’economia e lo sviluppo del nostro Paese, promuovendo la cultura del noi, della giustizia sociale e della legalità, vogliamo riportare l’introduzione di un articolo di Libera Informazione del 5 gennaio 2013: «… Ciao sono Paolo, sono qui per darvi una mano, cosa posso fare?». Arrivano così, alla spicciolata per tutto il giorno ragazzi e ragazze che, dopo l’ennesimo atto che ha danneggiato il bene confiscato a Borgo Sabotino, in provincia di Latina, hanno scelto di respingere con l’impegno concreto le continue minacce e gli attentati alla tensostruttura. «C’è da mettere a posto la casetta di legno che vedi laggiù, Paolo, l’hanno buttata per terra…». «E noi la tiriamo su.. – risponde Paolo».

Carpineto Romano 25 maggio 2013
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