Silvia Carocci: " COME LA CRISI DEL LAVORO E LA MANCANZA DI POLITICHE DI WELFARE CAMBINO POLITICA E DEMOCRAZIA"




Pubblichiamo l'intervento di Silvia Carocci ( esponente del PD, in questo caso rappresentante dell' associazione Lavoro e Welfare di Cesare Damiano) a mergine dell'iniziativa " Democrazia rappresentativa e partecipativa" che si è tenuta il 17 Maggio nell'aula consiliare del Comune di Colleferro. Ci sembra un modo, un po come fa da anni Radio Radicale, per diffondere le iniziative che avvengono sul territorio. Al di là di quello che uno pensa sugli argomenti trattati. Buona lettura.

LAVORO E DEMOCRAZIA

COME LA CRISI DEL LAVORO E LA MANCANZA DI POLITICHE DI WELFARE CAMBINO POLITICA E DEMOCRAZIA

 

Per parlare di democrazia e lavoro non può che partirsi dall'art. 1 della nostra Costituzione. E' in quella norma che questi due termini si fondono in un binomio assolutamente inscindibile. "L'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro". Dunque, il lavoro è uno dei fondamenti di una società. l'idea di una "democrazia fondata sul lavoro" ci dovrebbe rimandare ad una società che immagina il lavoro come uno strumento di liberazione individuale e di emancipazione personale all'interno di un condiviso interesse generale. La democrazia si rafforzerebbe proprio grazie a questa concezione di lavoro: l'impegno ed il merito individuale premiati in una cornice di interesse generale.

Alle giovani generazioni queste parole però rischiano di sembrare una fiaba letta in un vecchio libro. L’immaginario collettivo connesso alla figura del lavoratore è mutato quasi antropologicamente negli ultimi decenni. Chi entra nel mondo del lavoro oggi sembra stia scendendo in un’arena dove il rapporto con gli altri si fonda su una competizione sfrenata per la sopravvivenza. Qui lo snodo fondamentale: il lavoro appare unicamente come via per la sopravvivenza. La narrazione collettiva che apprendono le nuove generazioni che si affacciano nel mondo del lavoro ci racconta come il lavoro sia un favore fatto dal datore di lavoro al lavoratore. Il lavoro, in altri termini, non appare più come un diritto, bensì come un “colpo di fortuna”. Chi ci fa un favore sarà sempre libero di dettare le sue condizioni, a propria completa discrezione.

Senza lamentarci e magari senza capirlo pienamente stiamo entrando spaesati nel vortice della precarietà. L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro a tempo determinato. Non solo precarietà lavorativa: la precarietà costituisce il nuovo ordine sociale. Senza un lavoro sicuro e stabile, la possibilità di crescita individuale diventa un miraggio, la mobilità sociale ascendente rimane un retaggio del passato. Una società precaria torna ad essere una società immobile, basata sull’appartenenza di ceto, di classe, di casta, fondata sulla fortuna e sul caso. Le conseguenze sono profonde: senza la possibilità di soddisfare i propri bisogni attraverso il lavoro, l’intero assetto costituzionale perde un importante filo conduttore.

E arriviamo dunque a toccare il secondo elemento su cui io vorrei concentrarmi nell'analisi del binomio lavoro-democrazia: la rappresentanza, elemento assolutamente comune ad entrambi. Naturalmente, quando si parla di democrazia, così come la viviamo noi oggi, il concetto di rappresentanza è assolutamente scontato. Non ha bisogno di ulteriori spiegazioni. Nella democrazia rappresentativa, i rappresentanti sono appunti coloro che vengono autorizzati attraverso elezioni a trasformare la volontà del popolo in atti di governo. Dunque, la rappresentanza é una prerogativa degli odierni sistemi democratici.

Quando parliamo di lavoro, sicuramente viene immediatamente alla testa la rappresentanza in senso sindacale. Ma io credo debba essere evidenziato un aspetto uilteriore. Il mondo del lavoro - inteso come condizioni di lavoro e modalità di produzione - non è altro che lo specchio della società in cui si vive, forse l'elemento che meglio la rappresenta.

Partiamo dale condizioni di lavoro. Dal 1993 in poi, il Paese, successivamente alla recessione economica del 1992 e alla stipula del trattato di Maastricht decide di entrare fin da subito nell’Unione Economica e Monetaria. Questo voleva dire innanzitutto rispettare i criteri di Maastricht primo fra tutti la riduzione del tasso di inflazione, cosa che in Italia era particolarmente problematica. L’accordo del luglio 1993, voluto principalmente da Carlo Azeglio Ciampi, allora Presidente del Consiglio, aveva esplicitamente come scopo la riduzione della spirale inflazionista attraverso una moderazione salariale e altri interventi come la politica dei redditi, la crescita degli investimenti innovativi, e l’aumento della produttività. Tuttavia, come molti economisti hanno dimostrato, questo accordo è stato in grande misura disatteso. Al contrario la politica di moderazione salariale e quindi la disinflazione ha avuto successo.

A completamento di questo processo di cambiamento, viene introdotta nel mercato del lavoro italiano una maggiore flessibilità del lavoro attraverso prima il “pacchetto Treu” del 1997 e poi la legge 30 del 2003 (nota come Legge Biagi) che introducevano innovazioni radicali nelle forme contrattuali e nel mercato del lavoro in generale. Queste riforme nascevano nell’ambito della Strategia Europea dell’Occupazione. Tuttavia in Europa la tendenza è stata quella di raggiungere un equilibrio sociale  attraverso un modello che viene comunemente chiamato flexicurity in grado di garantire elementi di sicurezza con esigenze di flessibilità.

La flessibilità del lavoro, in particolare quella “in entrata”, è aumentata in modo consistente: il lavoro a termine, il lavoro a progetto e tutte le forme atipiche di lavoro sono esplose. Il processo è stato completato di recente con una legge del giugno 2012 che ha introdotto alcune forme di flessibilità del lavoro “in uscita”. Tuttavia, la flessibilizzazione del mercato del lavoro non è stata accompagnata da un livello più elevato di spesa pubblica per la dimensione sociale, per l’occupazione e più in generale per le politiche del lavoro (come è stato invece nei paesi che hanno introdotto un effettivo modello di flexicurity come la Danimarca o la Svezia). In italia si è verificato tutto il contrario poiché anche il salario indiretto (ovvero la spesa pubblica per le politiche sociali) è diminuito. La disuguaglianza del reddito è aumentata e il potere d’acquisto dei lavoratori è diminuito. Tutto ciò ha avuto un impatto sociale ed economico che si è ripercosso sulle singole persone e sulla loro qualità di vita.

Il problema oggi non è la paura di assumersi delle responsabilità quanto piuttosto dei rischi, che pesano sulla quotidianità, soprattutto delle giovani generazioni. Ma com’è possibile progettare a lungo termine quando l’economia ruota attorno al breve periodo se non dell’immediato?

Passiamo ora all’analisi dei modi di produzione. Secondo Marx, il modo di produzione dei beni materiali, ossia i beni che permettono all'uomo di riprodurre le proprie condizioni di vita, è la forza principale che determina i caratteri di una società. Dunque la storia dello sviluppo di una societa diventa la storia dello sviluppo della produzione ed in particolare la storia dei modi di produzione, i cui cambiamenti sono condizione per il mutare del regime sociale e delle istituzioni politiche ad esse corrispondenti. Il sistema economico liberista che si è affermato in questi anni e che ci ha portato all'attuale crisi si è fondato principalmente su leggi di mercato che hanno visto il lavoro perdere il valore di primo elemento produttivo di beni e servizi, e dunque anche di ricchezze, trasformato in mera merce di scambio. Accanto a questo graduale indebolimento del lavoro individuale si è avuto un forte potenziamento della finanza come strumento trainante l'economia internazionale per la produzione di ricchezza. Questo ha prodotto una bolla speculativa che scoppiando ha determinato il crollo delle banche, degli istituti e delle borse, l'intervento pubblico nelle banche disastrate, la necessità di controllare i conti pubblici, la contrazione delle domande di beni e servizi, la crisi di piccole e medie imprese.

Analizzando dunque le condizioni e le modalità di produzione, appare chiaro che il lavoro è uno degli elementi che meglio rappresenta una determinate società.

Dunque, la crisi che sta coinvolgendo proprio il lavoro non è altro che l'immagine di una crisi sociale, culturale, istituzionale, degli attori e degli equilibri raggiunti a partire dai conflitti della società industriale e post-industriale.

Una società è definita industriale non solo perché in possesso di una tecnologia in grado di trasformare massicce quantità di materia prima ma anche perché gli attori economici in conflitto si disputano l'organizzazione del lavoro e la distribuzione delle risorse disponibili nell'ambito di una cultura condivisa, quella industriale appunto. Queste dispute si realizzano sempre dentro delle condizioni che permetono alle istituzioni e allo Stato di intervenire regolando la vita sociale e gli interressi speciali con quelli generali.  Allo stesso modo, la società post industriale non si caratterizza solo per l'estensione del terziario e per la piena diffusione della tecnologia ma anche dalla capacità di diffusione e controllo degli orientamenti culturali generali e dall'emergere di movimenti e rivendicazioni che superano i crismi di una condizione socio-economica particolare.

Il boom del sistema finanziario ha portato all'affermazione di un sistema produttivo di ricchezze su piano internazionale e distante dai processi produttivi nazionali (economia reale). Noi dobbiamo ragionare proprio su questo.

Attualmente assistiamo ad una separazione tra il mondo economico e quello reale, questo perché la globalizzazione ha posto l'economia ad un livello nel quale nessuna istituzione politica, sociale o anche economica può intervenire.

In questa situazione di separazione, gli attori sociali e politici tradizionali (sindacati e partiti) appaiono sempre più incapaci di contrapporre alla logica del profitto anonimo e a volte criminale, orientamenti rivendicativi degli jnteressi e dei diritti della popolazione in generale.

E allora viene da chiedermi. In che società ci affacceremo dopo la crisi? Quali attori produttivi emergeranno?

A questo punto credo sia non più rinviabile il superamento di un agire egoista fine a se stesso e l'affermazione invece di una azione culturale in grado di legittimare o ripristinare il rispetto dei diritti fondamentali della persona.

Bisogna essere consapevoli che per guardare con fiducia a cosa saranno l'economia e la società dopo la crisi non esistono scorciatoie: occorrono movimenti culturali in grado di riattivare la "circolazione sanguigna" ed il "sistema nervoso" delle nostre democrazie, affinché la persona, o meglio le persone, possano partecipare farsi riconoscere ed essere finalmente rappresentate nei processi e nelle decisioni.

Per recuperare la riflessione molto stimolante di un pensatore e politico del nostro tempo, Jacques Delors, un’ economia svincolata dal solo conseguimento di un interesse personale ma anche sostenuta da valori, deve avere queste tre caratteristiche: la competitività che stimola, la cooperazione che consolida, la solidarietà che unisce.

 

 

 

Bibliografia:

 

Delors Jacques, Discorso Congresso Ces 2003;

Marx Karl, Per la critica dell’economia politica;

Touraine Alain, Après la crise.

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